ASSOCIAZIONE PER LA SCUOLA PUBBLICA DEL CANTONE E DEI COMUNI IN TICINO


Chi ha paura della libertà?


Chi ha paura della libertà?, dicono i fautori del finanziamento statale alle scuole private, chiedendo per le famiglie la libertà di scegliere le scuole dei propri figli. Invocano la libertà. Ma quale libertà? La domanda non è retorica. Rispondere significa evitare di recitare una commedia degli equivoci, il tema è troppo importante, non sono ammessi malintesi né malizie lessicali. Perché molti sono i tipi di libertà e si può invocare la libertà anche per indebolirla o annullarla. C'è ad esempio la libertà liberista invocata da Berlusconi, monopolista e populista che paradossalmente chiama la sua coalizione Casa delle libertà (dove però vige un rigidissimo centralismo personalistico). C'è la libertà invocata dal neopresidente Bush, che vuole smantellare ogni legislazione sociale e ambientale perché - dice - possono produrre danni all'economia. C'è la libertà della Thatcher, che diceva: "la società non esiste, esistono solo gli individui". C'è la libertà praticata dal marchese de Sade, che scriveva: "il male è assolutamente necessario all'organizzazione di questo universo". C'è la libertà della finanza, che chiede e ottiene deregolamentazione, liberismo e precarietà sociale, facendo affari e profitti colossali a scapito delle libertà sociali e civili. C'è la libertà degli egoisti e quella dei narcisisti. C'è la libertà che vive dentro un fortino assediato.E poi - e invece - c'è una libertà diversa: la libertà della società aperta, del dialogo e del confronto, dell'accoglienza e della convivenza. È la libertà degli spazi aperti, la libertà della differenza. Una libertà che è degli individui, ma gli individui sono liberi solo se stanno con gli altri. Liberi solo se stanno - e si educano a stare - in società, accettando e riconoscendo i diversi da sé. La scuola - la scuola statale, premessa alla società degli uomini - è il primo luogo che si incontra nella vita in cui ci si confronta con gli altri (le loro idee, i loro comportamenti) e dove quindi si costruisce la propria libertà insieme a quella degli altri. Indebolire questa scuola a vantaggio delle scuole private di tendenza (e tali sono comunque, anche se promettono la massima apertura), significa indebolire (più di quanto già non lo sia) la società intera e la libertà di tutti, favorendo la divisione della società in gruppi a bassa o nulla intensità di dialogo. Invece di curare questa implosione della società - che a parole tutti condanniamo - la renderemmo ancora più devastante. Lo Stato dunque non dovrebbe partecipare a questo processo di indebolimento della società e di se stesso. Se infatti si legittima il diritto per cui ciascuno può darsi la propria identità educandosi solo dentro i propri valori, allora pare inevitabile che alla fine muoia la società ricca - ricca non di soldi ma di dialogo, di confronto, di cultura; e diventi una società povera, fatta di libertà solitarie che faticano a parlarsi. Meglio la società aperta, e stupisce che molti che si dicono liberali si facciano poi costruttori (di fatto) di una società dove si legittima il chiudersi in se stessi. I laici invece vogliono che la scuola pubblica accomuni (metta in comune attraverso il dialogo e l'incontro) e insegni a condividere la libertà e la responsabilità - e se oggi non lo fa come dovrebbe, se magari lascia indietro i deboli, se magari diventa luogo in cui si consuma droga, se magari educa alla competizione invece che all'amicizia, massimo deve allora essere l'investimento pubblico, perché è lì che si costruisce la libertà e la convivenza, lì si costruisce la società. Avremo società migliori se migliore sarà la scuola; e se non faremo invece della scuola lo specchio della (pessima) società che noi adulti abbiamo costruito. I cattolici tendono ad aggregare i simili e gli uguali - il gregge e il pastore sono simboli forti e belli del cristianesimo. La Chiesa parla di fedeli - e non solo nel senso della fede ma anche della fedeltà - e questo è bene per una religione, purché non si uccida il dialogo. I liberisti invece parlano di consumatori - ma questo potrebbe andare bene forse (forse) quando si parla di economia. Quando invece si discute di libertà, allora meglio parlare di cittadini e di cittadinanza, di società e di politica. A una libertà sempre più debole, perché malata di chiusure xenofobe e di integralismi religiosi (ma anche economici), con mercato e tecnica ormai dilaganti e uniformizzanti, meglio contrapporre una libertà forte e ricca. Meglio una società in cui gli individui hanno saputo educarsi ad ascoltare gli altri; diventando così capaci di costruire una società tollerante, libera e aperta. I laici cercano ciò che accomuna non ciò che aggrega o che ci fa dipendenti; cercano cioè quello che ci fa conoscere gli altri, costruendo poi insieme a loro la libertà di tutti. Invocare invece una libertà liberista o privatizzata - che divide e separa all'interno di una società già pericolosamente frammentata - non ci pare la strada giusta per una buona libertà.